Come sopravvivere alle domande dei parenti a Natale

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Il Natale è sempre un momento che si attende con molta trepidazione. Ci si ritrova intorno alla tavola imbandita contornata dai propri cari e le persone a cui si vuole bene, ed è bello.

Natale è anche l’occasione per rincontrare parenti che abitano lontano o che non si frequentano spesso.

Ma è pure il tempo delle domande. Delle odiate domande. Quelle in cui vorresti sprofondare.

Quelle buttate lì, tra una conversazione e l’altra, mentre stai inforcando un raviolo. Quelle che immobilizzano, pietrificano.

Quelle che ti ricordano il perché, in fondo, tu e i “parenti” vi vedete così poco.

Ogni Natale ci prepariamo.

Sappiamo già che qualcuno ci chiederà se abbiamo finito gli studi, se abbiamo trovato il fidanzato, a quando il matrimonio, a quando il primo figlio. E se abbiamo già sfornato il primo, eccolo là che arriva il domandone: “a quando il secondo?”.

Poi ci sono quelli che ci dicono con naturalezza:

Ti trovo ingrassata! Sei sicura di stare bene? Lo sai che tua cugina Rita si sposa? Sei così pallida… come va il lavoro?

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Quando sanno benissimo che le cose non vanno bene per niente.

Perché gliel’ha detto tua madre in una conversazione telefonica lunghissima, che tua sorella ti ha riportato pure un po’ goduta. Ma rigirano il dito nella piaga con grande soddisfazione.

In poche parole ti ricordano cosa non sei diventata.

Ti ricordano che non sarai giovane per sempre, che il tempo sta per scadere e lo fanno tra un sorriso e l’altro, mentre ti passano una fetta di Panettone, cordiali cordialissimi.

E così, ogni Natale, prima dei pranzi e delle cene facciamo venticinque sedute di yoga, ci mettiamo a dieta, indossiamo vestiti nascondi ciccia e magari buttiamo giù tre Spritz, nella speranza di renderci invisibili e di uscirne immuni, di sopravvivere agli attacchi della zietta di turno.

Ma a Natale accadono i miracoli e noi magicamente sopravviviamo.

Sopravviviamo alle domande, alle zie impertinenti, agli occhi puntati, al tempo che passa.

Sopravviviamo ai matrimoni delle cugine, al lavoro che ci sfianca, ai figli che non vengono o a quelli che arrivano quando lo decidono loro. Alle rughe, ai doni inutili, ai sorrisi posticci.

Sopravviviamo e ogni Natale ci ripetiamo: mai più, il prossimo anno faccio un viaggio in Alaska e mi tolgo da tutto.

Invece, l’anno dopo siamo sempre intorno a quella tavola. A sentire la zia, le sue domande e a mangiare Pandoro. Ogni anno aspettiamo il Natale con una certa trepidazione.

Ogni anno, siamo più forti noi delle “cattive” domande.

Touché.