Perché credo nei miracoli. Un attimo e cambia la vita.

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Era una domenica pomeriggio, il 22 gennaio del 2012.

Io e Costa eravamo in casa. Un piccolo appartamento in affitto in Via della Marta, nel cuore del quartiere Trieste. Ero incinta di otto mesi.

Quel pomeriggio mi disse che voleva andare allo stadio. Ricordo ancora che lo guardai con occhi sornioni chiedendogli: “non andare dai, vediamola insieme la partita!”.

Se solo fosse andato, oggi io e mia figlia non saremmo qui, a raccontarvi questa storia.

credere nei miracoli

Decidemmo di restare insieme, ed io cominciai a prepararmi per uscire.

Saranno state circa le otto di sera.

Non potevo minimamente immaginare quello che sarebbe accaduto da li a pochi istanti.

Sfilai un rossetto dal beauty case, mi guardai allo specchio… Poi più nulla. Il silenzio. Il buio.

Costa ricorda bene di aver sentito un rumore sordo provenire dal bagno, lì dove mi stavo preparando.

Iniziò a chiamarmi per sapere cosa fosse successo, ma io non potevo rispondere. Ero svenuta, ed entrata immediatamente in coma.

I minuti passavano lenti, terribili. Il 112 non rispondeva e Costantino chiamò il commissariato di zona.

Arrivò subito una pattuglia della polizia. Entrarono in casa, continuando a chiamarmi.

Ilaria rispondi!

Io giacevo a terra e con i piedi ostruivo l’apertura della porta del bagno.

Uno dei due poliziotti, Giovanna, forse madre anche lei, sapendomi con il pancione, cercò con tutte le sue forze di aprire la porta del bagno.

Non poteva lasciarmi li.

Doveva salvarmi e aiutata dal collega riuscì ad aprire la porta e a portarmi fuori.

Poco dopo arrivò l’ambulanza, erano le 20,15. Mi presero in braccio e mi affidarono ai medici del pronto intervento.

Giovanna decise di scortare l’ambulanza a sirene spiegate, per facilitare l’arrivo al pronto soccorso dell’Umberto I, l’Ospedale più vicino di zona.

In 10 minuti l’ambulanza scortata dalla polizia arrivò a destinazione. Erano le 20.25.

Alle 20.30, Costantino che era nella sala d’aspetto del pronto soccorso, senti una pacca forte, sulla spalla

E’ nata!

Gli disse Giovanna la poliziotta. Era rimasta li ad aspettare, non riusciva ad andare via. Non ce la faceva a lasciarmi.

Ma Costa in quel momento, non reagì. Rimase in silenzio. Accennando un breve sorriso.

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Salutò Giovanna e la ringraziò, stringendole forte le mani e dicendole che non avrebbe mai dimenticato quello che aveva fatto per noi. Poi si sedette chiuso nel suo dolore, con le mani tra i capelli. Piangendo.

Pochi minuti dopo arrivarono i dottori, con una diagnosi infausta: aneurisma celebrale con emorragia subaracnoidea posteriore destra.

Ilaria è in coma farmacologico, le sue condizioni sono disperate. Non sappiamo se ce la farà, dobbiamo aspettare l’intervento del neurochirurgo.

Quelle parole sussurate a bassa voce, risuonarono fortissimo nella sala d’aspetto. E colpirono Costantino inerme, come un pugno, sferrato proprio dritto al cuore.

Lui respirò e guardò fuori.

La neve copiosa era cominciata a cadere, posandosi su ogni cosa, imbiancando Roma.

Quella fu una delle nevicate più memorabili per la nostra città. Nevicò per giorni. Tutto sembravo fermo immobile, sospeso, bianco.

Il tempo si era fermato. Per noi si era interrotto.

Una mamma e la sua bambina lottavano strenuamente per sopravvivere.

Rimasi in coma per tre giorni. Eleonora, mia figlia, fu messa in incubatrice per dei problemi respiratori dovuti alla sofferenza fetale. Le sue condizioni nonostante tutto erano buone.

E’ una bambina forte e ce la farà

dissero i medici.

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Altrettanto non si poteva dire di me.

Nel frattempo mi operarono e come si dice in gergo medico clipparono il mio aneurisma.

L’intervento riuscì perfettamente, ma nessuno poteva sapere se mi sarei risvegliata, quando e in che condizioni.

Bisognava continuare ad aspettare, avere fede e sperare, in un miracolo.

Il terzo giorno, mentre Costantino camminava avanti e indietro per i corridoi dell’ospedale, ricevette una telefonata.

Si è svegliata! Ilaria è sveglia.

Iniziò a correre, raggiungendo in un attimo la terapia intensiva.

Ero sveglia. Ero viva.

Cosa è successo?

chiesi.

Non mi ricordavo nulla. Continuo a non ricordare assolutamente nulla dell’accaduto.

Rimasi all’Umberto I per circa un mese e mezzo.

Non mi ricordavo nemmeno di aspettare una bambina. Non sapevo di essere madre. Non ricordavo nulla di me. Era come se Ilaria non esistesse più.

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Mia figlia non la vedevo mai. Non potevo allattare e non riuscivo a camminare.

Solo dopo 20 giorni mi portarono con la sedia a rotelle nel reparto di neonatologia. Solo allora la presi in braccio.

Fu una sensazione indescrivibile. Era così piccola, una piccola guerriera. Rimasta viva, dandomi la forza di risvegliarmi.

Lei mi stava aspettando, e sono convinta che in cuor mio ho combattuto per lei, per rimanere viva. Per poterla abbracciare.

Quando penso alla nostra storia sono consapevole che siamo un miracolo. Siamo l’amore e la sua forza, quel binomio indissolubile di madre e figlia.

Siamo una cosa sola, la forza della vita.

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Il recupero è stato durissimo, un’esperienza devastante.

Avevo 39 anni, ero una manager affermata e lavoravo per una grande azienda americana, specializzata in comunicazione e marketing.

Dopo la malattia ho perso il lavoro.

Una violenta depressione da evento post traumatico, post partum e post perdita del lavoro (alias – scaricata alla grande dopo la maternità), mi colpì brutalmente.

Mi colpì talmente forte che per me fu quasi come morire di nuovo.

La mia vita era cambiata per sempre.

Niente più lavoro, viaggi, presentazioni, riunioni. Niente più tailleur, tacchi, 24 ore, computer sempre appresso.

Niente era più come prima. Tutte le mie certezze del passato, tutto il mio mondo, non esistevano più.

Eravamo solo io e mia figlia, che dovevamo continuare a respirare, a rimanere vive. A nutrirci giorno dopo giorno della nostra forza.

Oggi sono passati i giorni, gli anni. E guardando mia figlia crescere sono orgogliosa, felice.

Siamo riuscite a credere in noi stesse, a combattere per una vita migliore. Con gioia, fiducia e speranza.

Sono riuscita a rimettermi in gioco e ho cambiato lavoro.

Ho un lavoro che mi permette di stare con mia figlia ed accudirla. Questo è quello di cui avevo bisogno.

Non tornerei indietro per niente al mondo, per quanto il mio percorso sia stato estremamente difficile. Oggi credo fermamente in quello che sono e in quello che faccio.

Sono una madre innanzi tutto, e non può essermi negato.

Niente più orari impossibili, niente più tailleur, 24 ore, viaggi aerei, riunioni interminabili.

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La domanda che mi faccio spesso è:

Ilaria sei viva? Sei felice? Tua figlia è felice?

Queste sono le cose che contano per me adesso.

Non bisogna mai smettere di credere che i nostri sogni si possono realizzare. Non bisogna aver paura.

I cambiamenti, per quanto traumatici possano essere, vanno affrontati con coraggio.

Si cade ma ci si rialza.

Perché i miracoli accadano davvero. E quando meno te l’aspetti, tutto cambia, si trasforma.

E si ricomincia più forti che mai.

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Sono anni che cerco di trovare la forza di condividere la mia storia. La nostra storia.

Oggi, finalmente, sono riuscita a riviverla e a superarla. Per me, per Eleonora, per noi. Ma anche per tutte voi, che vi dia luce e speranza.